Grassi, insieme a Gianfranco Laminarca e Alberto Marangoni, è stato protagonista di una delle esperienze di design più importanti del secolo scorso. Una personalità multiforme, libera, spiritosa oltre che colta, che non si è espressa solo nell’ambito del design, ma che ha coltivato molte passioni, da quella per i gatti a quella per gli aerei fino all’amore per il cinema e per la storia soprattutto quella relativa alla Seconda Guerra Mondiale. Forse proprio da qui è nato il suo amore per i cappelli, soprattutto militari ma non solo, che lo ha portato a collezionarne quasi duecento, grazie ai suoi viaggi intorno al mondo e a regali di amici che sapevano di questo suo singolare interesse.

Nella mostra Tanto di cappello. La collezione di cappelli di Alfonso F. Grassi: militaria, della tradizione ed etnici, aperta Milano dal 3 al 28 aprile presso la Casa Museo Boschi Di Stefano – ex scuola di ceramica,  unospeciale allestimento accoglie i copricapi di Grassi, grazie ai preziosi appendiabiti progettati dallo Studio De Pas D’Urbino Lomazzi, oggetti iconici della storia del design italiano. L’allestimento è completato da una serie di ritratti di Alfonso F. Grassi insieme ai suoi cappelli, realizzati nel 1994 dalla fotografa Giovanna Dal Magro.

Una raccolta variegata il cui cuore è rappresentato dai militaria: “bustine”, baschi, il cappello d’alpino con la piuma, il vairada bersagliere che si porta inclinato sul lato destro in modo da tagliare a metà il sopracciglio fino a coprire il lobo dell’orecchio, il chepìdell’artiglieria a cavallo con la “criniera” nera, la lucerna dei carabinieri a falde larghe, i copricapi riconducibili all’aviazione come quello, molto particolare, con le cuffie radiofoniche da volo. E ancora i tarabush degli ascari, i militari eritrei dell’Africa Orientale Italiana, nonché i fez o le tachiadi feltro rosso granata con fiocco azzurro, che gli ricordavano le sue origini asmarine (Grassi era nato, nel 1943 ad Asmara, in Eritrea). Infine i caschi coloniali o elmetti tropicali, alcuni risalenti agli anni Trenta, che servivano per proteggersi dai raggi solari.

Non mancano i cappelli della tradizione ed etnici, come quello degli Schützen austriaci o la berretta cardinalizia o il curioso copricapo tradizionale dei monaci ortodossi siriaci acquistato durante un viaggio in Egitto e anche i copricapi cilindrici – skùfos σκοῦφος– decorati e ricamati e quelli dei sacerdoti ortodossi trovati in Etiopia. Dall’Australia era tornato con l’Akubrail cappello per il tempo libero in feltro dalla larga tesa – simile al cappello da cow boy – e quello da pioggia; dalla Scozia aveva portato deerstalkeril cappellino da cacciatore in tweed e da Palermo la famosa coppola.

Alfonso F. Grassi non solo collezionava, ma indossava anche alcuni di questi copricapi, come il basco d’inverno e d’estate una curiosa coppola di paglia o, soprattutto, un Panama bianco di Borsalino e cuffie di morbida pelle con grandi occhialoni annessi quando era al volante delle sue spider.

Nove modelli sono esposti sugli appendiabiti progettati dallo Studio De Pas D’Urbino Lomazzi. Tra questi, lo Sciangai progettato per Zanotta, brand partner della mostra, che ha prestato dieci esemplari – diventati oggi un’icona del design Made in Italy, che hanno ricevuto molteplici premi tra i quali il prestigioso Compasso d’Oro nel 1979 e sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, dal MoMa di New York al Triennale Design Museum di Milano.

Tanto di cappello. La collezione di cappelli di Alfonso F. Grassi: militaria, della tradizione ed etnici

Con i ritratti fotografici di Giovanna Dal Magro e gli appendiabiti dello Studio De Pas D’Urbino Lomazzi

A cura di Anty Pansera

3 – 28 aprile 2019

Casa Museo Boschi Di Stefano – ex scuola di ceramica Milano – Via Giorgio Jan 15