Architetto di formazione e imprenditrice per vocazione, Sofia Gioia Vedani, amministratore delegato di Planetaria Hotels, ha costruito un modello di ospitalità che parte dai luoghi e dalle persone. Dodici hotel, tutti diversi, un’unica visione: trasformare l’accoglienza in un’esperienza culturale, prima ancora che alberghiera.
Il suo percorso parte dall’architettura e arriva all’hôtellerie. In che modo la sua formazione ha influenzato la sua visione dell’ospitalità?
L’architettura mi ha insegnato ad ascoltare. Un edificio, come una città, parla se si è disposti a fermarsi. Quando sono entrata nel mondo dell’ospitalità ho capito che lo stesso vale per le persone: gli ospiti, i collaboratori, le comunità che circondano un hotel. Il progetto non è mai solo formale, è sempre umano.

Planetaria Hotels non è fondato su un format replicabile. È una scelta controcorrente?
Assolutamente sì, ed è una scelta consapevole. Non ho mai creduto negli alberghi “copiati e incollati”. Ogni struttura che entra nel gruppo è il risultato di una lunga attesa, di un dialogo con il luogo. Non costruisco ex novo, preferisco edifici che abbiano una memoria. È dal genius loci che nasce tutto il resto.
Quanto conta la destinazione nel successo di un hotel oggi?
Conta più che mai. Negli anni ho capito che non si può pensare un progetto alberghiero senza partire dalla città, dal quartiere, dal tessuto urbano e sociale. La destinazione non è uno sfondo: è il vero protagonista. Il nostro lavoro è valorizzarla, non sovrastarla.

Nel suo approccio convivono estetica e gestione imprenditoriale. Come si tiene insieme questo equilibrio?
Con disciplina e visione. La bellezza da sola non basta, così come la sola efficienza non crea esperienza. Nell’ospitalità serve equilibrio tra emozione e professionalità. È un lavoro quotidiano, fatto di scelte, di dettagli, di persone che condividono la stessa idea di accoglienza.
Sostenibilità e innovazione sono spesso parole inflazionate. Cosa significano davvero per Planetaria Hotels?
Per noi non sono etichette, ma processi. Sostenibilità e innovazione si alimentano a vicenda: innovare significa anche prendersi la responsabilità di anticipare i tempi, sapendo che non sempre il contesto è pronto. Tutti i nostri hotel sono coinvolti in audit e percorsi di certificazione che ci aiutano a misurare il nostro impatto e a migliorarlo nel tempo.

Cosa vuol dire essere autentici nell’ospitalità?
Ogni giorno accogliamo esseri umani diversi, con esigenze, fragilità e aspettative differenti. Prendersi cura delle diversità, valorizzarle, è il progetto più complesso ma anche il più autentico che abbiamo. Ecco, essere autentici nell’ospitalità vuol dire entrare in empatia con gli ospiti e riconoscerli, prima di tutto, come persone.
Arrivare all’hôtellerie non era un destino scritto per lei. Qual è stata la sfida più grande?
Accettare il cambiamento. Provengo da una famiglia di imprenditori della metallurgia e il mio percorso sembrava già tracciato. Scegliere un’altra strada è stato destabilizzante, ma fondamentale. Ho imparato che nel settore alberghiero il cambiamento continuo non è un rischio: è la regola. E bisogna imparare ad abitarlo.

Il suo gruppo è molto attivo anche sul fronte sociale. Come si inserisce questo impegno nella visione aziendale?
In modo naturale. La responsabilità sociale è connaturata a Planetaria Hotels. Sosteniamo da anni CasAmica Onlus, fondata da mia madre, che accoglie malati e famiglie lontane da casa per motivi di cura. Accanto a questo, supportiamo progetti culturali e sociali perché crediamo che un hotel debba essere parte viva della città che lo ospita.

