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Il teatro dell’improvvisazione come atto creativo e collaborativo della moda. Una collezione da non giudicare, ma da considerarsi unica, perché risulta diversa da una rappresentazione, che abbiamo visto precedente.

TANJA: Ah, ecco! Incomincia! Silenzio! Silenzio! Silenzio!

Luigi Pirandello

In questa settimana frenetica delle presentazioni milanesi per le collezioni autunno/ inverno 2023-2024, è stato intenzionale lasciare uno spazio a sé per Gucci, per spiegare in modo più ampio quello che è stato presentato in show, la scorsa settimana.

La collezione vedendola da vicino, grazie ad un re-see, entrando dentro lo spazio adibito attraverso il passaggio di ampie tende di velluto, la mente corre ad un proscenio di un teatro.

Un teatro dentro il teatro come quello di Luigi Pirandello che nel 1930 scrisse “Questa sera si recita a soggetto”, che fa parte con “Sei personaggi in cerca d’autore” e “Ciascuno a suo modo”, della trilogia del “teatro nel teatro”, che ha rivoluzionato il modo tradizionale di recitare introducendo nuove tecniche, non limitando più l’azione degli attori al solo palcoscenico, ma facendoli recitare in posti che non era solo platea, ma anche nei palchi, nei ridotti, coinvolgendo … prima persona il pubblico.

Questo modo nuovo di fare teatro è molto simile all’atto collaborativo della moda, come quella vista da Gucci: un incontro di liberi impulsi delle singole menti, spinti a improvvisare, utilizzando la loro unica risorsa, la creatività, intuizione tipica del loro mestiere.

Tante individualità poliedriche, tanti artigiani creativi che insieme hanno abbracciato la curiosità di riscoprire la Maison Gucci, con il candore delle proprie menti, e producendo una collezione più ampia di quello che abbiamo visto fin d’ora.

Cosi come la band Ceramic Dog di Marc Ribot, che non hanno scelto a caso questo nome, essendo l’espressione francese “chien de de faïence” (cane di ceramica), che sta a rappresentare quel momento di sospensione del movimento, hanno iniziato a suonare, al centro del set-up, la colonna sonora creata per l’occasione, e i numerosi invitati hanno capito che qualcosa era cambiato, si stava evolvendo verso una nuova direzione.

Il set fungeva da cornice e immergeva quella stessa estetica di improvvisazione del team creativo che ha desiderato produrre un guardaroba animato da varie personalità e da diverse interpretazioni della seduzione maschile, talvolta intrinseche, a volte sfacciate nella carnalità.

Il Crystal GG, un’invenzione di Gucci degli anni’70 che rivoluzionò il concetto di waterproof delle borse, viene messo in mostra di nuovo come tessuto sulla quale compare il monogramma in canvas spalmato.  E ancora in clima da revival degli archivi si sono rivisti preziosi gioielli dove la chiusura a pistone, o il morsetto a croce, ci hanno riportato a quella precisa attitude swings, resa celebre negli anni della ribellione e contestazione giovanile.

L’ ispirazione vintage la si ritrova anche nel foulard che diventa decoro di borse e pantaloni in denim, così come gli interni di tute sportive decostruite si trasformano in dettagli decorativi fino alla trasformazione dei pantaloni da sera che si mostrano come gonne dal drappeggio scultoreo a ricordarci i Kouros e la Kore, massima espressione figurativa di movimento dell’ideale arcaico greco che basava il proprio valore sulla virtù agonistica.

Le declinazioni libere e senza limiti continuano a fluttuare nella loro circolarità, spingendosi oltre le creazioni di una collezione, come nel classico pantalone da jogger qui realizzato in pelle leggera o in un caban che sembra un piumaggio di un campanaro bianco, uccello che vive in Centro e Sud America dal suo canto a squarciagola, interamente ricamato con paillettes bianche multidimensionali che avvalora l’estrema sapienza artigianale e il lavoro meticoloso della Maison.

L’enfasi che tutto sia unico, la ritroviamo nella silhouette sartoriale ampia che da improvvisazione allo styling dei capi: da quello più sportivo ispirato agli archivi di Gucci degli anni ’80 a quello da motociclista che rende omaggio a pezzi di archivio dei primi anni del duemila, fino ad arrivare al wash del denim scolorito abbellito con il logo, utilizzato da Gucci in occasione dell’apertura del negozio di New York nel 1953.

L’anello di congiunzione tra prima e dopo, sono le borse come la Dionysus che si presenta priva della sua originale forma destrutturata e dotata di tracolla in pelle mantenendo l’iconica fibbia a ferro di cavallo con doppia testa di tigre, o come la reinterpretazione della borsa Jackie, presente in collezione in coccodrillo, declinata in colori pastello.

In questo percorso di improvvisazione che non vuole darla vinta alla formalità, ritroviamo anche gli stivaletti anni’70 con punta arrotondata, le slipper con tacco, le Princetown oversize e il mocassino con morsetto, dall’effetto vissuto.

Un processo quello visto da Gucci, che riflette la moda di questi tempi, che trova equilibrio tra essenza e decoro, senso di libertà nel giocare con il lusso senza mai far apparire ogni singolo uomo come una edonista. Quel teatro nel teatro che Pirandello ci suggeriva di appartenere per recitare a soggetto il copione della nostra vita.

di Alberto Corrado