Donatella Caprioglio è psicologa, psicoterapeuta, docente universitaria e scrittrice. Veneziana, vive tra la Puglia e Parigi, dove insegna all’Università Paris 13 di Bobigny; è inoltre docente all’Università di Padova, dove si occupa di Psicologia dell’abitare. Da anni affianca all’attività clinica quella di ricerca e formazione, collaborando con università, ordini professionali, aziende e realtà culturali. Ha fondato il “Caffè con i genitori”, progetto dedicato al sostegno delle famiglie e alla prevenzione del disagio infantile, e l’“Accademia degli Inquieti”, spazio di confronto culturale. Specialista dell’età evolutiva, ha creato in Italia e all’estero i centri “La Porta Verde”, dedicati all’ascolto e all’accoglienza di genitori e bambini. Durante il lockdown ha ideato i webinar “Il Caffè dell’Abitare”, approfondendo il rapporto tra persone e spazi domestici. È autrice di numerosi libri dedicati all’infanzia, alle relazioni familiari, alla psicologia dell’abitare e alla crescita personale, tradotti e pubblicati anche all’estero. Tra le sue opere più note: Vai ma resta ancora, Nel cuore delle case, Padri e figlie, L’amore inabitabile e Mura sensibili.
Negli ultimi anni il concetto di abitare sembra essersi trasformato profondamente. Cosa è cambiato?
Per molto tempo abbiamo pensato alla casa soprattutto in termini di estetica, funzionalità o sostenibilità. Oggi questi aspetti restano fondamentali, ma si sta affermando una consapevolezza ulteriore: la casa è anche uno spazio emotivo.
È un luogo che può proteggerci, rigenerarci o, al contrario, amplificare il nostro disagio. Non è semplicemente il posto in cui viviamo, ma un ambiente che dialoga costantemente con il nostro mondo interiore. Per questo parlo della casa come di un possibile “dispositivo terapeutico”: uno spazio capace di sostenere il benessere psicologico.
Abitare non significa soltanto occupare uno spazio… Lei sostiene che la casa ci rappresenti. In che senso?
Abitare significa riconoscersi in uno spazio. Significa creare un ambiente che rispecchi la propria storia, i propri bisogni e valori. Una casa può essere perfetta dal punto di vista progettuale e tuttavia non farci sentire a casa. Oppure può essere semplice ma capace di trasmetterci un profondo senso di appartenenza. La differenza è tutta nella relazione che instauriamo con quel luogo.
La casa è uno dei simboli più potenti della nostra identità. Dal punto di vista psicologico richiama il primo spazio che abbiamo abitato: il ventre materno. È la nostra esperienza originaria di protezione. Non è un caso che tutti i bambini, in ogni cultura, costruiscano rifugi con coperte, sedie e cuscini. Quel gioco racconta qualcosa di molto profondo: il bisogno di sentirsi al sicuro e, allo stesso tempo, il desiderio di creare uno spazio personale. È il primo gesto con cui iniziamo ad abitare il mondo.
Nel suo lavoro lei attribuisce un significato simbolico alle diverse stanze della casa.
Ci spiega meglio?
Ogni ambiente richiama aspetti fondamentali della nostra esperienza umana. La cucina parla del nutrimento, del piacere, della convivialità. Il bagno rappresenta il rapporto con il corpo, con la cura di sé e con la propria intimità. La camera da letto racconta invece la qualità delle relazioni, dell’affettività, della capacità di condividere uno spazio con l’altro. Non si tratta di interpretazioni rigide o schematiche, ma di una chiave di lettura utile per comprendere come gli spazi riflettano aspetti della nostra vita psicologica.
Quanto pesa la nostra storia personale nel modo in cui viviamo la casa?
Moltissimo. In realtà cominciamo ad “abitare” molto prima di entrare in una casa. Abitiamo innanzitutto lo sguardo con cui veniamo accolti alla nascita. Sentirsi desiderati significa avere uno spazio nella mente e nel cuore di qualcuno ancora prima di avere una stanza tutta per sé. Quando questa esperienza manca, molte persone crescono con una sensazione difficile da spiegare: quella di essere sempre “fuori luogo”. Ed è proprio allora che la casa assume un significato ancora più profondo, diventando il tentativo di costruire quella sicurezza che all’inizio della vita non si è potuta sperimentare.
Più che una casa cerchiamo quindi una zona di riparo?
Tante persone investono enormi energie nella ricerca della casa perfetta senza rendersi conto che, in realtà, stanno cercando un luogo in cui sentirsi finalmente al sicuro. Quando comprendono questo passaggio, spesso provano un grande sollievo. Capiscono che il loro desiderio non riguarda soltanto l’architettura, ma una dimensione molto più intima: il bisogno di appartenenza.

È per questo che parla di “psicologia dell’abitare”?
Sì. È una prospettiva che mette in dialogo psicologia, architettura e design. Gli spazi non sono neutri: influenzano il nostro umore, i comportamenti, le relazioni.
Allo stesso tempo siamo noi a trasformare gli spazi attribuendo loro significati. La casa diventa così un luogo in cui materia ed emozioni si incontrano continuamente, uno spazio “terapeutico” in cui rifugiarsi quando non stiamo bene. Bisogna creare una cultura dell’abitare perché abitare è abitarsi, conoscere i propri bisogni. Ed è quello di cui oggi l’umanità necessita.
Cambiare casa o ristrutturarla può avere anche un effetto psicologico?
Assolutamente sì. Ogni volta che modifichiamo uno spazio esterno, spesso mettiamo in movimento qualcosa anche dentro di noi. Non significa che basti cambiare arredamento per risolvere un disagio, naturalmente. Però gli ambienti possono favorire nuove domande, equilibri, nuovi comportamenti, nuove possibilità. Casa e mondo interiore dialogano costantemente.

Che ruolo dovrebbero avere oggi architetti e interior designer in questa nuova visione dell’abitare?
Credo che il loro lavoro possa arricchirsi enormemente sviluppando anche una sensibilità psicologica. Entrare nella casa di una persona significa entrare nella sua storia, nelle sue abitudini, nelle sue fragilità, nei suoi ricordi. Bisogna sapere osservare e ascoltare. Non si interviene soltanto su muri e arredi, ma su uno spazio profondamente identitario. Per questo, competenza tecnica ed empatia dovrebbero procedere insieme.
Quali sono i suoi prossimi progetti?
Dopo tanti anni di studio, conferenze e formazione ho deciso di creare un luogo che diventi punto fermo per potersi incontrare annualmente.
Si chiama Accademia dell’Abitare e il primo incontro sarà in Puglia il 25 e 26 settembre. Sarà un’occasione di incontro, scambio e formazione aperto a tutti i professionisti dell’abitare.
Se dovesse lasciare ai lettori una domanda da portare con sé, quale sarebbe?
Chiederei semplicemente: “Come mi sento quando entro nella mia casa?”. È una domanda apparentemente banale, ma molto rivelatrice. Perché il modo in cui stiamo nella nostra casa racconta spesso il modo in cui stiamo con noi stessi. E forse la vera sfida dell’abitare contemporaneo non è costruire case sempre più belle, ma creare luoghi nei quali possiamo finalmente sentirci autenticamente a casa.

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