C’è un modo molto semplice a Venezia per capire quando un film ha davvero lasciato il segno: aspettare che finiscano i titoli di coda e contare quanto tempo passa prima che la Sala Grande torni a sedersi. È un criterio poco scientifico, a metà tra il termometro emotivo e il rito collettivo, ma alla Mostra 2026 il cronometro degli applausi ha finito per raccontare una storia nella storia: quella di un festival attraversato da film capaci di toccare nervi scoperti, mescolando cinema, politica, memoria e sentimenti.
In testa, ormai fuori scala, c’è NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor: 24,5 minuti di standing ovation, il nuovo record della Mostra. Il documentario, realizzato dai registi di No Other Land, entra nel cuore delle operazioni israeliane a Gaza attraverso testimonianze di militari e uomini dell’intelligence. Il titolo prende il nome da un acronimo militare derivato da Nezek Agavi, “danno collaterale” e il film prova a raccontare proprio ciò che normalmente rimane dietro il linguaggio asettico delle operazioni militari: i civili, i numeri, le decisioni e il sistema che li mette in relazione. È un film difficile da applaudire nel senso consueto del termine, e forse proprio per questo quei venticinque minuti sembrano qualcosa di diverso da un semplice entusiasmo: una sala che, prima di tornare al silenzio, ha bisogno di rimanere in piedi.
Prima di NAZA, il film da battere era Bunker di Florian Zeller, arrivato a oltre un quarto d’ora di applausi. Penélope Cruz e Javier Bardem, marito e moglie nella vita e nella finzione, hanno trasformato la première in una scena quasi più cinematografica del film: lei in lacrime, lui accanto a lei, la sala che non accenna a fermarsi. La storia parte dalla crisi di una coppia e arriva alla paura di una società in cui chi possiede abbastanza denaro può persino costruirsi un rifugio dalla fine del mondo. Lui è un architetto chiamato a progettare un bunker per un miliardario della tecnologia; lei comincia a chiedersi quanto sia diventato estraneo l’uomo che ha sposato. La claustrofobia, allora, non è soltanto quella provocata dalle fredde pareti in cemento di un rifugio blindato: è quella di una coppia che scopre, quasi senza accorgersene, di non abitare più lo stesso sistema di valori.
Poi c’è Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con John Malkovich e Sam Rockwell: quattordici minuti di clamore per un film che mette CIA, golpe cileno e memoria del potere dentro una commedia nera ambientata sull’Isola di Pasqua. La storia prende spunto da figure realmente esistite e da una stagione della politica americana in cui complotti, paranoia e operazioni clandestine sembravano appartenere alla normalità. McDonagh fa una cosa che gli riesce particolarmente bene: fa ridere dello stesso mondo di cui, qualche scena dopo, ci fa intuire l’orrore.
E Venezia ha riservato un applauso speciale anche a Nanni Moretti, tornato al Lido con Succederà questa notte. Qui il cronometro conta quasi meno. La standing ovation dura circa sette minuti. Più che un applauso, è soprattutto un abbraccio: quello di una Mostra che ritrova un autore e, insieme, una parte della propria memoria. Il film racconta un amore che attraversa anni, distanze e occasioni mancate, affidandosi alla leggerezza di Louis Garrel e Jasmine Trinca. C’è un lutto, ma Moretti lo attraversa senza consegnargli il film: alla morte oppone una gioia quasi ostinata, quella per le relazioni e per tutto ciò che, nonostante il tempo, continua a tenerci insieme.
Tra le altre accoglienze più calorose ci sono i 9 minuti di Primetime, con un Robert Pattinson irriconoscibile nel ruolo del conduttore televisivo Chris Hansen, e l’ovazione riservata a Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto, feroce immersione negli orrori della guerra del Vietnam. Il primo mette sotto esame la televisione che trasforma la caccia al male in spettacolo; il secondo usa il linguaggio fisico e visionario di Tsukamoto per mostrare la guerra dal punto di vista di chi l’ha subita, trasformando la memoria in qualcosa di quasi corporeo.
Alla fine, più che una classifica, resta una curiosa geografia del rumore. Venticinque minuti per una guerra ancora in corso, quindici per una coppia che scopre di vivere su due pianeti diversi, quattordici per i fantasmi della geopolitica, dieci per un autore che torna a casa. Il pubblico applaude, i registi ringraziano, le luci si accendono. E poi Venezia fa quello che sa fare meglio: ricomincia subito. Il film successivo è già lì, pronto a mettere alla prova il cronometro.

